Tales

Fabrizio Plessi somiglia a un Pellerossa ed io da piccolo facevo sempre il tifo per gli Indiani. Lui indossa vestiti in pelle e quando lo guardo di profilo il suo naso e i capelli lisci, lunghi sulle spalle, lo fanno sembrare un Pellerossa a tal punto che mi aspetto di sentire nitrire il suo Appaloosa al galoppo mentre scaglia frecce su una diligenza.

Ho conosciuto Fabrizio Plessi attraverso il mio amico gallerista Franco Calarota. Ero rimasto colpito dalle sue opere, dal modo in cui mischiava video e altri materiali, in particolare, m’era piaciuto un confessionale che Plessi aveva realizzato con dei monitor su cui scorrevano delle fiamme. 

Desideravo regalare al mio territorio un’installazione di Plessi e nel mio intento quella sarebbe stata anche l’inizio di un grande progetto, che avrebbe portato alla realizzazione del Museo del Territorio di Anacapri. 

Quando è arrivato Plessi aveva elaborato l’idea di installare dei monitor con la proiezione di fiamme: voleva che si vedessero di notte passando con una nave o da Napoli. Le fiamme si ricollegavano al Vesuvio. Non gli ho detto di no subito; l’ho assecondato, ma solo perché volevo portarlo sempre più dentro all’isola, fargli conoscere luoghi meno noti e più profondi, da cui lui avrebbe potuto elaborare spunti diversi cui ispirarsi; volevo fargli scoprire per gradi le bellezze e farlo giungere al chiostro dove, secondo il mio progetto, sarebbe dovuto nascere il museo.

Desideravo, però, che questo procedimento non fosse una mia forzatura, ma nascesse da lui. Volevo che quella scoperta e l’opera che ne sarebbe nata fossero davvero sue. Quando Plessi è entrato nel chiostro è rimasto colpito e mi ha chiesto di essere lasciato solo per un po’ di tempo. Ho provato un’emozione forte e grande entusiasmo: era accaduto quello che avevo immaginato accadesse fin dall’inizio.

Plessi è rimasto chiuso nel chiostro per più di mezz’ora e quando è uscito dal portone ed è ricomparso sulla piazza, aveva gli occhi illuminati e un’espressione bellissima sul volto perché aveva chiaro quello che avrebbe fatto per quel luogo: i suoi archetipi che sono l’acqua e il fuoco in quel chiostro venivano posti in relazione con il peccato (il fuoco) e la redenzione (l’acqua). Plessi aveva già usato questi temi, ma qui trovavano una coerenza totale con la sua opera.

Plessi era concitato come un bambino. Siamo andati nel mio ufficio e lui ha cominciato a schizzare disegni di possibili progetti che poi avremmo presentato all’amministrazione. Ma l’opera che volevo regalare alla collettività era troppo “d’avanguardia”: presentammo nella navata principale del chiostro sconsacrato di San Michele il layout dell’installazione, ma il progetto non venne accolto. 

Fu in seguito a questo “fallimento” che Plessi creò per me un progetto site specific ed è così che è nata Azzurra. Plessi mi ha chiesto di poter avere una barca, una di quelle che i barcaioli usano per portare i turisti a visitare la Grotta Azzurra. Trovarla non è stato facile come pensavo, ma quando finalmente sono riuscito a recuperarne una, Plessi l’ha trasformata in opera d’arte e in memoria fisica del luogo. Ha creato Azzurra, l’installazione con i monitor che trasmettono l’acqua del mare che scorre. 

Voleva installarla in verticale, attaccata al muro vicino al bar come avrebbe fatto in seguito con un’altra sua importante installazione intitolata i “Mari Verticali”. Poi ha pensato di appenderla al soffitto, capovolta. Mi faceva paura che una barca così pesante fosse appesa al soffitto rovesciata. Mi preoccupava l’incolumità fisica dei miei clienti. Così insieme abbiamo scelto la posizione più consona a una vecchia signora del mare com’era stata quella barca e l’abbiamo appoggiata sul pavimento all’interno di una nicchia con il soffitto a volta. 

Ancora non lo sapevo, ma quella di Plessi sarebbe stata la prima opera del White Museum. E pensare che avevo impiegato due anni per convincere l’artista più importante per le sue installazioni video a venire ad Anacapri perché creasse un’installazione pensata per il territorio.