Tales

Durante gli anni ’70 l’architetto del Capri Palace era Gianfranco Frattini, uno dei designer più importanti di quel periodo: lavorando con lui ho conosciuto i grandi protagonisti dell’epoca. Frattini era amico anche di Arnaldo Pomodoro. Mi parlava spesso di lui e quando mi ha portato a vedere il grande disco di bronzo in Piazza Meda a Milano, sono rimasto colpito dall’imponenza della scultura che, nonostante il peso, girava su se stessa grazie ai cuscinetti a sfera su cui poggiava.

Dev’essere stato in quel momento che ho compreso il significato della leggerezza in scultura: molti anni dopo mi sarei avvicinato ai Mobiles di Calder, sculture nell’aria, prive di piedistalli. 

Desideravo conoscere Arnaldo Pomodoro e sognavo di poter avere un giorno una delle sue opere; un desiderio e un sogno che allora mi parevano impossibili e che, invece, si sarebbero avverati. Prima ho acquistato una “Sfera” poi un “Disco” e, finalmente è arrivato il momento di incontrare Pomodoro di persona.

Me lo hanno presentato alcuni amici. Sapevo che Pomodoro era legato al mio paese, dove negli anni Settanta aveva soggiornato con Cascella e Baj in uno stage organizzato dall’Accademia napoletana. Così lo invitai ad Anacapri. Ora che avevo realizzato il desiderio di possedere due sue sculture e di incontrarlo, potevo osare e  chiedergli di più. Gli dissi che volevo un’opera per Anacapri e una per il Capri Palace. Con un amico m’ero messo in testa di collocare una sfera monumentale di cinque metri di diametro sulle rocce di Punta Carena, dove c’è il faro: così si sarebbe vista di notte.

Arnaldo oltre ad essere un grandissimo artista è un uomo straordinario. Il suo entusiasmo, quando si accende, trascina tutti e a lui dà agli altri una forza e una resistenza fuori dal comune. Punta Carena è l’estremità dell’isola che si protende a sud ovest verso il mare aperto: lì Pomodoro ha guardato il confine tra il cielo e l’acqua come se volesse misurare l’infinito e ha immaginato un’installazione costituita da due putrelle in acciaio protese sul mare, verso l’orizzonte. Poi ha allargato le braccia e ha mimato la scultura a cui stava pensando come testimonia la fotografia che lo ritrae con le braccia aperte.

Là su quelle rocce battute dal Libeccio, sarebbe nata un’opera pubblica straordinaria, la dimensione l’avrebbe resa visibile anche da molto lontano e avrebbe dovuto costituire una delle tappe attrattive della mia idea di poter realizzare sull’isola un grande museo di arte contemporanea all’aperto. Ma questo progetto è rimasto, come quello di Plessi, nel cassetto. 

Così ha preso forma la monumentale installazione per l’albergo, il “muro” all’ingresso del Capri Palace, intitolato “Rive dei Mari”, cui Pomodoro ha lavorato per più di due anni. Ha rappresentato una spiaggia dove il mare si ritrae e dove restano gli attrezzi da lavoro dei marinai, una lancia, un arpione, una corda.

Mi ha sorpreso la sua umiltà: Pomodoro non ha modificato nulla della struttura preesistente. Gli oblò della piscina, anzi, sono stati trasformati in elemento di richiamo all’acqua e al mare, potrei dire che è stata proprio la presenza dell’acqua a portarlo a fare quest’opera. Poi insieme abbiamo accettato la proposta di un artista anacaprese che lavora sui suoni e che ha creato il racconto sonoro di una persona che si immerge nell’acqua, lasciando dietro di sé il rumore della spiaggia.

Chi passa lungo la parete per entrare al Capri Palace sente il rumore dei sassi che si muovono sott’acqua e poi un brano dell’Odissea con voci femminili che ricordano i canti delle sirene. 

Lavorare con gli artisti è un’esperienza fuori dal comune. Poter aver accesso alle loro visioni e poi agli schizzi, vederli lavorare nei laboratori in cui sono forgiati bronzi, acciai, o legno, rappresenta un’esperienza indimenticabile; ascoltare i loro discorsi - mai banali e che trascinano nel loro meraviglioso mondo metafisico - rappresenta uno dei più grandi privilegi della mia vita.

Dei tre anni in cui ho seguito Arnaldo per lavoro, ricordo i suoi discorsi sull’arte e le mie provocazioni sugli artisti, di cui lui, invece, non ha mai espresso giudizi negativi. Ricordo la sua allegria, anche quando era stanco ma non lo mostrava, e ricordo quanto mi colpì la sua modestia quando la prima volta che venne al Capri Palace mi chiese di poter cambiare camera perché la suite Monroe era troppo grande e lui non si trovava a suo agio. 

Nel discorso davanti alle autorità e agli ospiti all’inaugurazione sottolineò a tutti che quell’opera monumentale, fuori dalle mura apparteneva più al territorio che all’albergo e sarebbe sopravvissuta alle nostre vite. Da allora “Rive dei Mari” è diventata una tappa importante nella mia vita e un’emozione per tutti i nostri ospiti.