The White Museum

 

The White Museum è un’idea, il brand del Capri Palace che raccoglie tutto ciò che di meglio la natura e l’uomo possono esprimere. The White Museum è unicità, qualità, peculiarità. The White Museum è arte, ospitalità, design, artigianato, alta cucina e cibo: ricondotti in uno stile che mira all’unione tra bellezza e vita.

The White Museum nasce dall’idea di Tonino Cacace di vivere lo spazio del Capri Palace secondo il suo pensiero di fascino e armonia, dal suo bisogno di trasmettere un modo di concepire il soggiorno nell’hotel, che lui costruisce giorno dopo giorno e cui ha dedicato anni di ricerca e sperimentazione. La sua è una ricerca di tutto ciò che è “migliore”: proprio come fanno gli artisti, che sanno intuire e scegliere i materiali, i luoghi, la disposizione più adatta per le loro opere.

Oggi più di prima il Capri Palace cresce ed evolve, seguendo il ritmo del suo creatore, del suo ideale di incanto e proporzione. La dimensione che si ritrova sin dall’ingresso del Capri Palace - e poi mano a mano che si entra nei suoi spazi - è vicina all’arte nell’idea di unione tra la vita e l’esperienza artistica totale, come quella dei futuristi, che avevano soggiornato ad Anacapri.

“Quando cominciai a immaginare come avrei messo in pratica la mia idea di uno spazio dove il soggiornare somigliasse più a un’esperienza estetica che a una vacanza tradizionale, a Capri e nel resto del mondo non si pensava ancora a strutture che suggerissero insieme con la stanza di un hotel un modo di vivere. Sono nate così le piscine private, due delle quali sono state poi decorate da Giorgio Tonelli, un artista, ma soprattutto, un amico che condivideva la follia di un’avventura insolita come quella del Capri Palace. All’inizio non sapeva neppure quale soluzione avrebbe trovato per fissare i colori sul fondo della vasca perché non si staccassero con l’acqua, ma accettò la sfida con entusiasmo e dipinse l’omino con la bombetta di Magritte nella stanza dedicata al maestro del Surrealismo.

Tuttavia, alla mia avventura sentivo che mancava qualcosa. Se la filosofia era stata il primo dei miei alleati e mi era stata utile per riflettere, ora per proiettare la realtà del mondo che volevo rappresentare avevo bisogno dell’arte, il mio secondo complice. Fu così che cominciai in modo naturale e in totale libertà a frequentare le mostre nelle gallerie, a Milano, a Parigi, a Londra o a New York. La mia curiosità mi spingeva a vedere quanto più potevo per imparare ed educare gli occhi all’arte contemporanea. Così avrei potuto scegliere quali di loro con le loro opere sarebbero diventati i miei nuovi compagni di strada.

Ho cominciato a frequentare i galleristi e con loro gli artisti che sollecitavano il mio pensiero e appagavano il mio senso estetico. L’arte per me era una passione che volevo condividere: quando acquistavo un’opera non era per i miei spazi privati, ma per quelli dell’albergo. Dentro di me si stava già formando l’idea di The White Museum. In fondo avevo sempre pensato di condividere con altri le opere che sceglievo e l’idea di estenderne la fruizione oltre che agli amici agli ospiti dell’albergo mi piaceva. Del resto avevo sempre pensato che mostrare la propria espressione a un numero elevato di persone fosse l’aspirazione di ogni artista. Come? Esponendo in un museo. Ecco l’idea del museo ricomparire con forza: mi figuravo le opere d’arte circondate da camere e non camere che ospitassero sulle proprie pareti dipinti, disegni, fotografie. Mi affascinava il pensiero di creare un vero art hotel dove la protagonista fosse l’espressione degli artisti. Non solo volevo mettere opere ovunque, nelle parti comuni e nelle stanze, ma desideravo creare un ampio e luminoso atelier da offrire agli artisti perché potessero lavorare e inventare. L’idea s’è fatta realtà e s’è evoluta di nuovo aprendosi anche alle altre forme di creatività e di ricerca della qualità espressiva, dal design al cibo, all’artigianato. Ora non arrivavano più solo le opere, ma al Capri Palace vivevano per il periodo della creazione anche gli stessi artisti. Alcuni di loro sono stati nell’atelier e hanno realizzato lavori per l’albergo, altri hanno sperimentato la ceramica, inventando piatti d’artista su cui si servono i cibi de L’Olivo, il ristorante del Capri Palace. L’idea di arte che coinvolge tutti gli aspetti della vita aveva preso forma concreta.

È stato così che è nato The White Museum: Velasco ha disegnato il mosaico della piscina all’ingresso, Tonelli le piscine dedicate a Magritte e Warhol, Plessi ha installato il suo monitor in una vecchia barca di legno che un marinaio usava per portare i turisti nella Grotta Azzurra, Costantini ha firmato i dipinti in omaggio a Calder, Kandinsky, Mirò e Donghi. Lentamente le stanze si sono trasformate nei soggetti di dipinti di capolavori degli artisti del XX secolo. I segni astratti di Miro, le linee rette di Mondrian, i colori di Kandinsky diventavano i motivi di pareti, i dettagli delle stoffe per gli arredi. La stanza di Antonio Donghi, protagonista del Realismo Magico italiano, è l’esempio perfetto dell’unione tra arte e vita che volevo nelle stanze del Capri Palace. Ogni particolare si riconduce al colore e alle forme della sua pittura e la sensazione è proprio quella di entrare nella dimensione poetica e fisica di un suo dipinto, con i mobili in stile razionalista, le decorazioni geometriche, le figure stilizzate. È un’esperienza estetica e di stile totale che si ritrova poi anche in alcuni elementi del ristorante l’Olivo, nelle decorazioni delle suppellettili e degli arredi.

Mentre stavo concludendo i lavori dell’ingresso del Capri Palace ho conosciuto Arnaldo Pomodoro. L’ho invitato per un sopralluogo e gli ho proposto una collaborazione. È nata così la maestosa installazione Le rive dei mari, un muro di quaranta metri, imponente e tridimensionale che il maestro ha creato per la parete dell’ingresso. Un’opera destinata a durare nel tempo e che per la sua collocazione, come Pomodoro stesso ha detto, “appartiene più al territorio esterno che all’albergo”. A me pare che Le rive dei mari rappresenti una sorta di apertura al territorio delle “porte del castello”. É un’opportunità di offrire emozioni anche fuori per testimoniare che arte e bellezza non possono avere barriere ma possono entrare a fare parte della quotidianità di ognuno.

In seguito la mia avventura alla ricerca del “meglio” e della bellezza non si è fermata, ma si è rivolta anche alla valorizzazione dei prodotti alimentari e dell’artigianato. Sentivo crescere l’esigenza di recuperare il meglio della nostra tradizione, quella di Capri e quella del territorio italiano così ricco e vario. Ho trasformato il grande negozio vicino all’albergo in un vero e proprio laboratorio a vista in cui gli artigiani creano oggetti unici fatti a mano e personalizzati con il marchio Capri Touch e Mariantonia. Capi di lino, stole di cachemire, accessori, i famosi sandali con i listelli colorati che portava Jacqueline Kennedy nei suoi soggiorni sull’isola. Ci sono oggetti di design, ceramiche d’artista e fotografie. È un po’ come trovarsi da Liberty a Londra, con in più gli artigiani che lavorano ad hoc, secondo le esigenze di ognuno. Il marchio Mariantonia raccoglie i prodotti delle migliori produzioni alimentari sul mercato, conosciuti grazie alla continua ricerca per la nostra ristorazione. Perché anche il cibo è arte.

L’arte, l’ospitalità, l’architettura, il design, il cibo, la musica e l’artigianato fanno parte di ogni cultura e delle esperienze che mi appartengono e che la vita m’ha regalato. Queste espressioni diverse dell’uomo sono come i rami di un albero che si riuniscono nella grande chioma del White Museum. In un mondo che muta ed evolve velocemente e che offre mezzi di comunicazioni e nuove realtà digitali diventa importante mantenere saldo il legame con la tradizione per poter essere innovativi come lo è sempre stato il Capri Palace.